La tv via internet dell’Agenda Digitale Europea

Con un cartoon egregiamente scritto e realizzato, ecco l’ultima pensata dell’Agenda Digitale per l’Europa per spiegare com’è cambiata la televisione negli ultimi anni. Ne viene fuori una bella storia su come la tv è stata profondamente rivoluzionata non soltanto dal passaggio al digitale, ma soprattutto grazie alle nuove funzionalità offerte da internet.

Tra i personaggi della storia c’è anche  Neelie Kroes, responsabile della Digital Agenda EU.

Ben fatto!

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La tv di Apple che verrà

Da ieri circolano news sul televisore che Apple avrebbe in cantiere ormai da tempo e che è stato sempre immaginato col nome iTv (chissà se poi verrà chiamato proprio così). Ovviamente si tratta di un apparecchio abilitato alla connessione a internet.

A tirar fuori le ultimissime su come potrebbe essere la tv di Cupertino è stato Brian White, analista di Topeka Capital Markets, e che  MacRumors ha tempestivamente riportato.  Vi sintetizzo la descrizione che è stata fatta del prodotto. White scrive che la iTv dovrebbe entrare in commercio nel 2013 e che sarà in tre versioni da 50, 55 e 60 pollici a un prezzo dai 1.500 dollari in su.

Sarebbe un televisore sensibile ai movimenti del corpo attraverso un anello, che verosimilmente dovrebbe chiamarsi iRing, e che l’utente indossa per gestire tutti i comandi. In aggiunta, arriverebbero sul mercato anche mini iTv di 9,7 pollici, che è la dimensione dell’iPad, e che si possono collegare al nuovo mega tv per riprodurre video fino a una distanza di 200 metri dall’apparecchio centrale.

Come ho già avuto modo di scrivere nel mio recente libro A tutta tv!, le indiscrezioni finora uscite sulla iTv dicono anche che iTunes sarà alla base del prodotto; con buona probabilità sarà un tv Hd ultrasottile Oled che integrerà tutte le funzionalità dei dispositivi mobili di Apple oltre che di iCloud, il servizio di cloud computing disponibile su iTunes che offre una memoria remota dove conservare file audio-video che si possono condividere su qualsiasi device non soltanto a marchio Apple. Non dovrebbe mancare poi Siri, il software per il riconoscimento vocale integrato  nell’iPhone 4S, nell’iPhone 5, nell’iPad di terza generazione, nell’iPad mini, nell’iPod Touch di quinta generazione e che offre video-chat e tastiera “on-screen”.

A questo punto credo sia utile una riflessione sul possibile ingresso di Apple nel mercato delle tv connesse e ad alta definizione (che vale 100 miliardi di dollari l’anno). E per l’occasione ripropongo una pagina del mio libro in cui scrivo proprio di come Apple  dovrà fronteggiare i big player dell’elettronica di consumo già forti di una discreta massa critica tra i consumatori.

Gli analisti del settore ritengono che il nuovo apparecchio di Cupertino di distinguerà nettamente rispetto ad altri prodotti visti finora. Quali sono, dunque, i fattori che renderanno la iTv l’esempio vincente di televisione del futuro? Dalle caratteristiche e prestazioni appena viste non pare abbia elementi differenti da offerte analoghe già presenti sul mercato. Oggi Apple non può contare su un’offerta di contenuti televisivi molto competitiva: possiede una gamma di film da acquistare o noleggiare non molto corposa, anche se in rapida crescita, qualche serie televisiva, ma solo in alcuni paesi. I suoi punti di forza sono concerti, podcast audio e video, ma non contenuti esclusivi; e poi ci sono brani e album musicali con relativi video (da sempre punta di diamante dell’offerta iTunes).

E’, però, a questo punto che entra in gioco la vera forza di Apple, compare quello che è sempre stato l’obiettivo di Steve Jobs: offrire agli utenti un sogno e offrirglielo attraverso uno strumento che meglio soddisfi le aspettative dei consumatori. Da qui il successo planetario dell’iMac, basato su usabilità e godibilità estetica (avere un iMac, in fondo, è sempre stato cool), dell’iPhone, il primo cellulare che ha saputo veramente superare il telefono, e dell’iPad, altro oggetto che ha reinventato il concetto di device elettronico, radunando pc, e-book e smartphone.

Questi risultati sono stati raggiunti con prodotti che, in fondo, non sono i migliori sul mercato, visto che la concorrenza offre strumenti con prestazioni superiori e prezzi più competitivi. Però l’utilizzo di un prodotto Apple è sempre coinvolgente, anche quando si fanno le classiche operazioni richieste da questa tipologia di prodotti. Ma lo si fa con divertimento, rendendo insomma il loro utilizzo un piacere, al di là dei freddi numeri della loro autonomia o della velocità di esecuzione e minimizzando le seccature, vera spina nel fianco dell’elettronica di consumo.

Cosa permetterà quindi alla iTv di diventare ancora una volta la regina del mercato? Per prima cosa la forza del suo marchio. Avrà sicuramente un design molto bello ed elegante, come tutti i prodotti Apple, quindi un must have al di là delle sue reali funzionalità. Per il pubblico diventerà cool possederne una, grazie alla forza del marketing dell’azienda. Sarà facile utilizzarla, grazie alla proverbiale usability del marchio, legata in gran parte agli enormi investimenti profusi dall’azienda in questa direzione (anche questo, vero pallino di Steve Jobs). Offrirà soltanto funzioni utili e niente di troppo difficile per il grande pubblico. Gli utenti non dovranno diventare esperti in “offerta di prodotti new media”, visto che i prodotti Apple vengono corredati da programmi e contenuti concepiti ad hoc per i device che sono destinati a ospitarli.

Questa filosofia di fondo da sempre ha dato ragione all’azienda, ha permesso di offrire prodotti che da tantissimi anni sono i più desiderati, i più venduti e spesso i più cari della categoria. Ecco perché credo che anche la iTv potrebbe facilmente conquistare il mercato.

Telespettatori al tavolo di regia

Su Primaonline.it da qualche giorno c’è la ricerca The New Power of Television, curata dal centro media Initiative e dedicata all’impatto che stanno avendo i social media sulla televisione. Questa indagine mi ha interessata soprattutto perché  introduce un nuovo termine per descrivere i telespettatori di oggi che è, semplicemente, TV Talkers:

Telespettatori che parlano di televisione sui social networks confrontandosi sulle trasmissioni e (attenzione!, ndr) sulla pubblicità televisiva influenzandone le scelte e le opinioni riguardo ai contenuti e, soprattutto, ai brand.

Insomma, la social tv – conversazioni tra utenti di social network su ciò che stanno guardando in tv – già termometro per misurare il gradimento di  programmi e spot, è diventata anche lo strumento per meglio calibrare le strategie di comunicazione pubblicitaria. In che modo? Secondo Initiative la risposta sta nel profilo dei telespettatori di oggi:

Gruppo molto influente di pubblico tra i 16 e i 54 anni, che tende a condividere gli spot di proprio interesse e a postarli regolarmente sui social network, condividendo le storie dei brand e diffondendone i messaggi. Sono telespettatori tecnologicamente abili e appassionati, capaci di incidere attraverso i social media sulle scelte di brand e sulle decisioni d’acquisto degli utenti.

Partendo dall’identikit di questo nuovo pubblico, la ricerca suggerisce un vademecum che gli operatori della comunicazione dovrebbero seguire per meglio coinvolgere i consumatori. Eccolo:

•        Sostenere le esperienze di TV Talking non solo durante la trasmissione ma, in maniera strategica, anche prima e dopo;

•        Creare un’esperienza multischermo e multi contenuto che permetta agli utenti di  condividere e approfondire la conoscenza del brand;

•        Implementare strategie social per mantenere una relazione con i TV Talkers di rilievo;

•        Investire in analisi volte a misurare quanto incide il TV Talking sulla forza di una marca nel mercato di riferimento;

•        Muoversi in ottica “test & learn” all’interno di nuove tecnologie per assicurare al brand il vantaggio di partire con nuove attività prima dei suoi competitors.

In conclusione, le regole base del marketing vanno ricalibrate sui nuovi modi di fruizione della tv; e la pubblicità va rivisitata nelle forme e nelle modalità di interazione. Io aggiungo che la televisione è diventata un grande mash-up in cui ci sono strumenti, contenuti e attori nuovi provenienti da differenti ambienti. Ecco perché ritengo sia indispensabile che tutti i neo protagonisti dell’industry televisiva lavorino in continua e stretta sinergia tra loro. Infine, voglio ribadire un concetto che ho espresso già in altre occasioni: i TV Talkers sempre più decideranno non soltanto cosa guardare, ma anche ciò che verrà trasmesso e pertanto suggerisco a chi fa televisione di tenere bene a mente che il telespettatore siederà con molta e più partecipata autorevolezza al tavolo di regia.

Lo spot in tempo reale

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in questa notizia: le società statunitensi Gracenote Sony Corp., proprietaria dell’omonimo servizio di riconoscimento dei brani musicali e video (nome dell’album, artista, genere ecc.) e Invidi, che sviluppa soluzioni avanzate di pubblicità televisiva, hanno lanciato un nuovo servizio di real time advertising ovvero spot tagliati sui gusti televisivi del telespettatore e inseriti  in tempo reale durante la visione di specifici programmi tv.

Un po’ come la funzione S-Recommendation  dei nuovi smart tv LED F8000 di Samsung, che offre un palinsesto personalizzato in base allo storico delle trasmissioni che guardiamo, la pubblicità in real time si basa su un algoritmo intelligente ma che in questo caso identifica i programmi televisivi che stiamo seguendo, per poi far partire uno spot ad hoc.

Questo nuovo sistema tecnologico se da un lato rappresenta il passo successivo alla tradizionale pianificazione pubblicitaria (stabilita sulla base del target commerciale di una rete tv), dall’altro rende il televisiore un prodotto sempre più in grado di fare di tutto di più: dopo la funzione che fa partire un programma al movimento del nostro corpo o con un nostro comando vocale è arrivata quella che sceglie le trasmissioni che “dovremmo” guardare fino a quest’ultima che manda in onda la pubblicità che meglio ci sa “acchiappare”.

Tornando all’accordo tra Gracenote e Invidi, il loro neonato sistema di real time advertising integra, giustappunto, la tecnologia di rilevamento delle impronte digitali video Gracenote ® con il software Invidi che a sua volta indirizza l’adv a precise audience.

Ho comunque verificato che Invidi già da qualche anno sta sperimentando spot in tempo reale su diversi canali americani via cavo e satellite (alcuni di Direct Tv e Dish Network). Ho poi letto che nel 2010 ha stretto accordi commerciali col centro media StarcomMediaVest Group e col colosso tv Comcast Corp.

Gracenote, dal canto suo, ha in corso un accordo anche con DG ®, uno dei più importanti player al mondo di gestione e distribuzione di traffico pubblicitario. Insieme stanno sviluppando pubblicità personalizzata per smart tv e che in più è sincronizzabile con tutti i second screen (smartphone, tablet, laptop).

Le mosse di questi giganti, dunque, non lasciano dubbi che le nuove forme di comunicazione pubblicitaria su cui stanno insistendo siano ripagate da buone revenue. Per gruppi di questa portata non è abitudine, infatti, spingersi in partnership e fare sperimentazioni di scarso successo.

Sull’ingresso della real time advertising all’interno dell’ecosistema televisivo è molto utile sentire Davide Bennato, esperto di Sociologia dei media digitali, che invito a declinare  questo servizio sulle nostre modalità di fruizione tv. Come potrà cambiare il nostro modo di guardare la tv adesso che c’è anche lo spot personalizzato?

In attesa del feedback del professore Bennato, chiedo a voi qualche primo commento a caldo su quest’ultima novità.

La mia considerazione in merito è più che positiva. E aggiungo anche che la real time advertsing, con gli strumenti offerti da Gracenote e Invidi, sia stata una mossa  assai prevedibile dopo il varo del riconoscimento dei programmi “hit” che ha presentato Samsung all’ultimo Consumer Electronics Show di Las Vegas.

A tutta Tv! Una guida sull’evoluzione del piccolo schermo

Da qualche giorno è in libreria il mio libro A tutta Tv! Nuovi modi di guardare la televisione al tempo di internet (Lupetti -Editori di Comunicazione). L’ho scritto tra novembre e marzo scorsi. Ecco perché sono stata lontana dal mio blog, e me ne scuso con chi, qui, mi segue con costanza, sin dalla nascita di MashUp!.

Adesso ci tengo molto a raccontarvi qual è stato il risultato del lavoro di questi mesi.

“A tutta Tv!” non è un libro per addetti ai lavori né un testo accademico. E’ una guida per aiutare il lettore – spero – a riconoscere e comprendere meglio la televisione di oggi.

Nella prefazione del book, il professore Alberto Abruzzese ha scritto che “questo libro è una mappa e anche un territorio, perché senza l’immediata partecipazione del lettore, le sue indicazioni sarebbero inutili, mute e cieche. È un avviamento a fare pratica delle reti e a praticarle”. Insomma, il testo si rivolge a un pubblico generalista e in particolare, come ho già detto nell’introduzione del volume, ai telespettatori consapevoli dell’innovazione tecnologica che sta vivendo la televisione e curiosi di conoscere il dietro le quinte di questa metamorfosi.

Oggi, infatti, la televisione permette l’utilizzo di servizi strettamente legati, in passato, al pc: ecco allora che, col telecomando, possiamo navigare nel web, visitare social network e controllare la posta elettronica. Viceversa, con i nostri smartphone e tablet (e perfino con le più che mai diffuse console per videogiochi) possiamo guardare film, programmi e serie tv e commentarle in tempo reale su Facebook e Twitter.

Sono questi gli argomenti che tratto nel libro, in cui ho anche cercato di spiegare come è cambiata la modalità di fruizione della televisione,  la quale è sempre più spesso vista lontano dal salotto di casa, attraverso i supporti e nei momenti ritenuti più opportuni  da ciascuno di noi.

Ecco perché sono convinta che “A tutta tv!” non sia soltanto un titolo o uno slogan.  E’ la targa affissa sull’uscio delle nostre case stracolme di strumenti, di apparecchi e di nuovi media.

L’idea di questo libro nasce proprio dall’obiettivo di raccontare ai telespettatori di oggi l’evoluzione in corso e gli scenari futuri del piccolo schermo. Vuole farlo fornendo gli strumenti necessari per sfruttare al meglio le nuove tecnologie, con un linguaggio semplice, tecnico quanto basta, divulgativo e alla portata di tutti. Per comprendere, curiosare e lasciarsi affascinare dalla televisione di domani.

Alla buona riuscita del viaggio spero possa contribuire a dare una mano anche questo mio primo impegno editoriale.

A tutta tv!
Nuovi modi di guardare la televisione al tempo di internet
pagine 144 / euro 16,00
distribuito da Messaggerie Libri

www.facebook.com/ATuttaTv

Smart tv: quando le app non bastano a farne un successo

All’ultimo CES di Las Vegas, la più grande fiera dell’elettronica di consumo, c’è stata la presentazione delle nuove smart tv che presto arriveranno anche sul nostro mercato. Schermi ultra sottili, di dimensioni panoramiche, realizzati con tecnologie all’avanguardia per offrire immagini tanto perfette da sembrare reali e che a confronto i vecchi screen lcd appaiono obsoleti. I nuovi apparecchi integrano perfino funzioni quasi futuristiche: permettono di controllare il televisore con la voce e i movimenti del corpo e di collegare con un solo touch tutti i device di casa per far fluire tra loro il blob di contenuti multimediali dei nostri archivi; dispongono di piattaforme web-based; offrono un turbinio di applicazioni e algoritmi che già sanno cosa l’utente vorrebbe guardare stasera in tv.

Detta così sembra di star di fronte a un cervellone elettronico della Nasa. Eppure questi nuovi televisori non arriveranno all’agenzia spaziale americana, ma nelle nostre case. Allora mi chiedo: siamo così sicuri che per guardare la televisione ci serva un’apparecchiatura di questa portata?

Il troppo guasta. Ben vengano le innovazioni degli ultimi device visti al CES, ma alle loro manifatturiere ricordo che il televisore anzitutto deve assolvere alla sua funzione nativa: trasmettere la televisione. Promosse quindi le piattaforme integrate che permettono la fruizione di tv lineare e di broadband tv (contenuti audio-video via Internet fruibili dal televisore), perché oggi il telespettatore medio non è più disposto a sedersi davanti allo schermo per fare il solito zapping col telecomando, ma preferisce organizzare la visione secondo tempi e modalità ormai distanti da quelle a cui ci aveva abituato la televisione a palinsesto. Peccato però che finché non decollerà uno standard comune a tutti i dispositivi per rendere più semplice sia la realizzazione dei prodotti da distribuire sia l’utilizzo che ne faranno i consumatori, dubito che le smart tv facciano davvero breccia nella dieta mediatica dei telespettatori.

Connessioni all’italiana. Le funzionalità offerte dai televisori ibridi sono legate a doppio filo alla disponibilità di connessioni veloci, che nelle abitazioni italiane è mediamente al di sotto dei livelli europei. Ecco perché sul nostro mercato ci vorrà ancora molto tempo prima che le smart tv vengano utilizzate a 360 gradi.

E adesso cosa guardo? Non siamo negli Stati Uniti o in Gran Bretagna dove la broadband tv funziona già abbastanza bene, soprattutto perché ci sono molti broadcaster e aggregatori di contenuti che offrono su diversi device piattaforme on demand di programmi tv e di film. Questi contenuti sono l’asset vincente delle piattaforme televisive web-based e quelli che più di altri si preferisce fruire con una smart tv. Inoltre le previsioni di crescita della broadband tv dicono che avranno successo soprattutto le offerte free, in particolare quelle dei broadcaster televisivi tradizionali. Dalle nostre parti però quando accendiamo le smart tv e avviamo il wifi scopriamo che l’inventario di contenuti gratuiti tra cui scegliere purtroppo langue. Gli accordi fra major cinematografiche, distributori e broadcaster televisivi blindano le pellicole per troppo tempo prima di renderle disponibili su piattaforme digitali. E poi: Rai rimanda la partenza della sua offerta broadband per motivi ancora oscuri; Mediaset, che da poco ha lanciato la sua net tv, ha scelto la strada del ‘giardinetto chiuso’ poiché per poterla ricevere sul televisore di casa bisogna prima abbonarsi a Mediaset Premium; Sky si limita a un’applicazione di circa 20 canali solo su tablet e accessibile esclusivamente dai suoi abbonati, mentre i cugini inglesi di BskyB hanno scelto offerte di broadband tv al consumo e disponibili anche a chi non è un abbonato alla piattaforma satellitare; infine c’è La7 On Demand, l’unica che sfida il mercato in modalità free ma è una goccia nel mare aperto. Insomma, se oggi comprassi uno dei super apparecchi in vetrina a Las Vegas  appagherei soltanto il mio gusto estetico per l’arredamento. Se però provassi a diventare un po’ più multitasking forse li potrei apprezzare di più.

Tgcom24 anche su Sky

Mi è appena arrivata la notizia che Tgcom24, la nuova rete all news di Mediaset, da domani sarà visibile anche su Sky, canale 509.

E’ un’ottima news sia per noi utenti sia per i due player in gioco. A noi fa soltanto bene che la media industry manda fuori nuovi prodotti, soprattutto se vengono distribuiti su diverse piattaforme.

Buon risultato anche per i due broadcaster, che si fanno a vicenda un servizio assai utile. Sky, si sa, è a caccia di nuovi canali per rimpolpare la sua offerta nell’affannoso tentativo di dare un’accellerata alla crescita degli abbonamenti. Mediaset, dal canto suo, scegliendo la distribuzione multipiattaforma per il suo nuovo canale si propone come editore che sa stare al passo coi tempi (domani, tra l’altro, la net tv del gruppo sbarca sulla game console XBox Live). Essere su Sky inoltre porta  nuovi ascolti, nuove revenue pubblicitarie, qualche fee dal contratto di distribuzione che aiuta a far cassa. A ciò si aggiunge la possibilità per Tgcom24 di entrare in Sky Go, la app per iPad della pay satellitare, che equivale a procacciarsi nuovi pregiati spettatori.

C’è soltanto un dubbio: SkyTg24 e Tgcom24 tutto sommato non sono pressapoco identici? Anche se così fosse, questo non sembra essere un problema per l’ad di Sky Italia, Andrea Zappia, e il suo team. Del resto adesso che la pay tv si è ritirata dal beauty contest  nuovi business si potrebbero aprire con Mediaset. E allora, meglio non star a guardar il pelo nell’uovo.