Smart tv: quando le app non bastano a farne un successo
All’ultimo CES di Las Vegas, la più grande fiera dell’elettronica di consumo, c’è stata la presentazione delle nuove smart tv che presto arriveranno anche sul nostro mercato. Schermi ultra sottili, di dimensioni panoramiche, realizzati con tecnologie all’avanguardia per offrire immagini tanto perfette da sembrare reali e che a confronto i vecchi screen lcd appaiono obsoleti. I nuovi apparecchi integrano perfino funzioni quasi futuristiche: permettono di controllare il televisore con la voce e i movimenti del corpo e di collegare con un solo touch tutti i device di casa per far fluire tra loro il blob di contenuti multimediali dei nostri archivi; dispongono di piattaforme web-based; offrono un turbinio di applicazioni e algoritmi che già sanno cosa l’utente vorrebbe guardare stasera in tv.
Detta così sembra di star di fronte a un cervellone elettronico della Nasa. Eppure questi nuovi televisori non arriveranno all’agenzia spaziale americana, ma nelle nostre case. Allora mi chiedo: siamo così sicuri che per guardare la televisione ci serva un’apparecchiatura di questa portata?
Il troppo guasta. Ben vengano le innovazioni degli ultimi device visti al CES, ma alle loro manifatturiere ricordo che il televisore anzitutto deve assolvere alla sua funzione nativa: trasmettere la televisione. Promosse quindi le piattaforme integrate che permettono la fruizione di tv lineare e di broadband tv (contenuti audio-video via Internet fruibili dal televisore), perché oggi il telespettatore medio non è più disposto a sedersi davanti allo schermo per fare il solito zapping col telecomando, ma preferisce organizzare la visione secondo tempi e modalità ormai distanti da quelle a cui ci aveva abituato la televisione a palinsesto. Peccato però che finché non decollerà uno standard comune a tutti i dispositivi per rendere più semplice sia la realizzazione dei prodotti da distribuire sia l’utilizzo che ne faranno i consumatori, dubito che le smart tv facciano davvero breccia nella dieta mediatica dei telespettatori.
Connessioni all’italiana. Le funzionalità offerte dai televisori ibridi sono legate a doppio filo alla disponibilità di connessioni veloci, che nelle abitazioni italiane è mediamente al di sotto dei livelli europei. Ecco perché sul nostro mercato ci vorrà ancora molto tempo prima che le smart tv vengano utilizzate a 360 gradi.
E adesso cosa guardo? Non siamo negli Stati Uniti o in Gran Bretagna dove la broadband tv funziona già abbastanza bene, soprattutto perché ci sono molti broadcaster e aggregatori di contenuti che offrono su diversi device piattaforme on demand di programmi tv e di film. Questi contenuti sono l’asset vincente delle piattaforme televisive web-based e quelli che più di altri si preferisce fruire con una smart tv. Inoltre le previsioni di crescita della broadband tv dicono che avranno successo soprattutto le offerte free, in particolare quelle dei broadcaster televisivi tradizionali. Dalle nostre parti però quando accendiamo le smart tv e avviamo il wifi scopriamo che l’inventario di contenuti gratuiti tra cui scegliere purtroppo langue. Gli accordi fra major cinematografiche, distributori e broadcaster televisivi blindano le pellicole per troppo tempo prima di renderle disponibili su piattaforme digitali. E poi: Rai rimanda la partenza della sua offerta broadband per motivi ancora oscuri; Mediaset, che da poco ha lanciato la sua net tv, ha scelto la strada del ‘giardinetto chiuso’ poiché per poterla ricevere sul televisore di casa bisogna prima abbonarsi a Mediaset Premium; Sky si limita a un’applicazione di circa 20 canali solo su tablet e accessibile esclusivamente dai suoi abbonati, mentre i cugini inglesi di BskyB hanno scelto offerte di broadband tv al consumo e disponibili anche a chi non è un abbonato alla piattaforma satellitare; infine c’è La7 On Demand, l’unica che sfida il mercato in modalità free ma è una goccia nel mare aperto. Insomma, se oggi comprassi uno dei super apparecchi in vetrina a Las Vegas appagherei soltanto il mio gusto estetico per l’arredamento. Se però provassi a diventare un po’ più multitasking forse li potrei apprezzare di più.
Tgcom24 anche su Sky
Mi è appena arrivata la notizia che Tgcom24, la nuova rete all news di Mediaset, da domani sarà visibile anche su Sky, canale 509.
E’ un’ottima news sia per noi utenti sia per i due player in gioco. A noi fa soltanto bene che la media industry manda fuori nuovi prodotti, soprattutto se vengono distribuiti su diverse piattaforme.
Buon risultato anche per i due broadcaster, che si fanno a vicenda un servizio assai utile. Sky, si sa, è a caccia di nuovi canali per rimpolpare la sua offerta nell’affannoso tentativo di dare un’accellerata alla crescita degli abbonamenti. Mediaset, dal canto suo, scegliendo la distribuzione multipiattaforma per il suo nuovo canale si propone come editore che sa stare al passo coi tempi (domani, tra l’altro, la net tv del gruppo sbarca sulla game console XBox Live). Essere su Sky inoltre porta nuovi ascolti, nuove revenue pubblicitarie, qualche fee dal contratto di distribuzione che aiuta a far cassa. A ciò si aggiunge la possibilità per Tgcom24 di entrare in Sky Go, la app per iPad della pay satellitare, che equivale a procacciarsi nuovi pregiati spettatori.
C’è soltanto un dubbio: SkyTg24 e Tgcom24 tutto sommato non sono pressapoco identici? Anche se così fosse, questo non sembra essere un problema per l’ad di Sky Italia, Andrea Zappia, e il suo team. Del resto adesso che la pay tv si è ritirata dal beauty contest nuovi business si potrebbero aprire con Mediaset. E allora, meglio non star a guardar il pelo nell’uovo.
Chi ha paura di Netflix
“Meglio darsi da fare prima che il gigante Usa dello streaming on demand di film e serie tv arrivi dalle nostre parti”. Ero a telefono con un manager Mediaset per farmi raccontare la nuova Premium Play, la net tv del Biscione che da qualche giorno è fruibile anche sulle console Xbox. A un certo punto, il mio interlocutore ha tirato fuori lo spauracchio Netflix. “Metti caso ce lo ritroviamo all’improvviso su qualche device anche in Italia, noi di Mediaset potremmo rischiare di essere tagliati fuori dal mercato”. E come dargli torto.
Netflix sta facendo recruiting di personale nel nord Europa, poiché entro il 2012 dovrebbe sbarcare in Uk e in Irlanda. Ha in catalogo migliaia di vecchie pellicole hollywoodiane e centinaia di serie tv. In America il suo abbonamento mensile costa soltanto 8 dollari e sul nostro mercato potrebbe essere anche più basso. Ha agganci con tutte le aziende di elettronica di consumo, quindi ce lo ritroveremmo su parecchie smart tv. E poi è ben ammanicato con tlc e internet provider. Insomma, in un battibaleno qui da noi non si conterebbero i device col widget Netflix. Inoltre, l’ultimo rapporto Censis dice che più del 50% degli italiani naviga in Rete e che di questi quasi l’80% sono ragazzi patiti di musica e film online. Ciò significa che dalle nostre parti ci sarebbero tutte le condizioni per dare il benvenuto a Netflix. Certo in Italia c’è il problema della penetrazione della banda larga che oggi lascia a desiderare, ma ho come la sensazione che qualcosa stia per muoversi pure su questo fronte.
Detto ciò, il timore manifestato dal manager Mediaset di fronte a un possibile ingresso di un competitor della portata di Netflix mi ha fatto riflettere su un paio di cose. Se da qui a breve il videoportale di film e serie tv dovesse arrivare in Italia, cosa dovranno fare i nostri big della tv per arginare il suo potere? Mediaset potrebbe accelerare la distribuzione di Premium Play sui device (tablet, smart tv, smartphone) e al tempo stesso fare sia un grosso lavoro di lobby per convincere gli organi competenti a frenare la posizione dominate (?) del nuovo arrivato sia scoraggiare le case di produzione cinematografiche a cedere i diritti di trasmissione online. E La Rai che farebbe? A ben vedere ora che è meno vincolata al proprietario di Mediaset e poiché deve battere cassa (visti i suoi recenti tristi conti…), potrebbe cedere un po’ delle sue teche a Netflix ma non mi stupirebbe che decidesse il contrario per qualche inspiegabile motivo, che resterà negli anni un bel mistero.
Poi c’è Sky, la quale essendo una pay tv che campa soprattutto grazie al cinema e alle serie, dubito che si metta a far affari con l’operatore americano di video on demand. Cosa resta? Poca roba? Non proprio. E’ vero che oggi il nostro Paese è ancora troppo oligarchico (3 grandi che si spartiscono tutta la torta) per aprirsi a un libero mercato con un player alla Netflix. Però se il videoportale facesse l’occhiolino ai piccoli editori scontenti del fee che ricevono da Sky o ad alcuni grossi network (vedi Discovery) che hanno già scelto di non essere in esclusiva sulla piattaforma satellitare, allora potrebbero esserci buoni margini per funzionare anche in Italia. E poi qui abbiamo migliaia di tv locali piene zeppe di library d’altri tempi che con un colosso come Netflix, affamato soprattutto di titoli d’antan, farebbero un bell’affare. Alla faccia del beauty contest. E allora che Netflix sia il benevenuto.
Le matite della Pixar
In un blog che si occupa di media digitali è quasi catartico ricordare che negli Studios della Pixar si “lavora soprattutto con matite e pennelli, altro che computer”. Ieri sera al Teatro dal Verme di Milano per Meet the media guru, queste parole di John Lasseter, gran capo del colosso cinematografico, hanno avuto un tumultuoso feedback dal pubblico in sala. Ma come?! Nella fabbrica del futuro digitale si lavora come i vecchi tempi?
Eh già… Succede ancora che artefici dei nostri tanti wow! mentre guardiamo ‘Toy Story’, ‘Alla ricerca di Nemo’, ‘Ratatouille’ non sono soltanto genietti del 3D e dell’animazione che verrà. Ma delicate mani che tratteggiano su un foglio non già il cartoon che vedremo sul grande schermo, ma l’emozione che queste pellicole ci fanno provare.
YouTube svecchia la tv
Sul Wall Street Journal di oggi si torna a parlare della possibilità che YouTube lanci alcuni canali tematici con contenuti originali realizzati in partnership con importanti media company, produttori e star di Hollywood: programmi di news, sport, intrattenimento persino fiction (proprio come in tv!).
Se la notizia venisse confermata, YouTube aprirebbe ufficialmente un nuovo competitivo business identico a quello di un tradizionale network tv. E si prenderebbe anche un bel merito: far passare quanto di più tradizionale ci sia sul piccolo schermo per qualcosa di innovativo agli occhi di un pubblico che guarda poco la tv, ma che è molto attratto dal web e da tutto ciò che qui si trova.
Questa mossa potrebbe anche attirare investimenti pubblicitari di tutto rispetto fra i big spender che di solito pianificano in tv, poiché stando ai rumors la programmazione dei nuovi canali di YouTube sarà tematica, organizzata come un tradizionale palinsesto, firmata da pezzi da 90 dell’industry televisiva. Quindi una ghiotta opportunità per gli investitori.
Alla forma e al contenuto della nuova offerta di YouTube bisogna poi sommare i volumi di traffico che registra il portale che permetterebbero alle aziende di arrivare a un pubblico selezionato e finora ancora poco ‘colpito’. Ma c’è di più. Stando alle previsioni di alcuni istituti di ricerca, entro il 2015 le smart tv saranno le più vendute tra tutti i device abilitati alla connessione internet. A quel punto YouTube si farebbe trovare all’appuntamento con una proposta ad hoc per le prossime abitudini di consumo televisivo quando si sceglierà cosa guardare tra dtt, cavo, satellite e web.



